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Prime Esperienze

Il Noccioleto - Giorno due.2 - e Fine


di Kinsella46
17.04.2026    |    938    |    3 9.6
"Rinaldo emise un sospiro profondo, un suono che sembrava venire dalle viscere della terra..."
Quella sera la cena con Rinaldo si consumò in un silenzio che pareva avere una consistenza fisica, quasi più densa della zuppa che Elena aveva lasciato pronta sui fornelli prima di dileguarsi. Sedevamo l'uno di fronte all'altro, ma tra noi correva un abisso fatto di tutto ciò che era accaduto e di cui nessuno dei due sembrava intenzionato a rivendicare la proprietà.
«Tutto bene?» azzardai, cercando di rompere quella crosta di mutismo che rendeva ogni colpo di cucchiaio rumoroso come un colpo di cannone.
«Sì,» rispose lui. Una sillaba secca, tagliente, che non ammetteva repliche né approfondimenti. Mi fissò per un istante con lo stesso sguardo imperscrutabile che avevo visto negli occhi di sua figlia poche ore prima, poi tornò al suo piatto con una concentrazione metodica.
Appena terminato, si alzò senza aggiungere parola. Portò i piatti nel lavello con un rumore secco di porcellana contro il metallo e sparì su per le scale. Rimasi solo in cucina, con il ronzio del frigorifero a farmi compagnia. Sentivo il bisogno di fare qualcosa, di recuperare una parvenza di normalità in quella casa che sembrava governata da leggi gravitazionali proprie.
Mi alzai e, quasi per istinto, aprii il rubinetto. Iniziai a insaponare i piatti con una cura eccessiva, cercando nella schiuma e nell'acqua calda una distrazione dai pensieri che mi affollavano la mente.
Il rumore di passi pesanti sulle scale mi fece sobbalzare. Rinaldo era tornato, ma non era più l'uomo composto di prima. Si presentò sulla soglia della cucina spogliato di ogni formalità, ridotto all'essenziale: indossava solo una canottiera bianca e dei boxer. La sua mole, accentuata da quell'abbigliamento domestico e brutale, sembrava riempire ogni angolo della stanza.
«Che stai facendo?» la sua voce era un rimprovero sordo.
«Niente... volevo solo dare una mano, per educazione,» mormorai, sentendomi improvvisamente piccolo con le mani ancora immerse nell'acqua saponata.
«Non avresti dovuto,» tagliò corto lui, avvicinandosi. C'era un'autorità cupa nel suo modo di stare lì, seminudo, a gestire le regole della casa. «Lascia stare tutto. Ci penserà Elena domani.»
In quel riferimento a Elena, pronunciato con una noncuranza che rasentava il possesso, sentii di nuovo quel brivido lungo la schiena. Rinaldo non mi stava invitando al riposo; mi stava intimando di non interferire con l'ordine delle cose che loro, e solo loro, avevano stabilito. In quella cucina immersa nella penombra, capii che la somiglianza tra padre e figlia non risiedeva nei lineamenti, ma in quella medesima, perfida capacità di disporre degli altri come se fossero oggetti di scena in un dramma di cui solo loro conoscevano il finale.
Rinaldo fece un cenno col capo verso il divano, un ordine silenzioso a cui non ebbi la forza di oppormi. Mi sedetti accanto a lui, sentendo il calore che emanava il suo corpo massiccio, ora ridotto a quell'essenzialità quasi primitiva della canottiera e delle mutande. Lui si sistemò con una confidenza che mi metteva a disagio: la gamba destra distesa con naturalezza, mentre la sinistra era rannicchiata sotto la coscia destra, in una posa che lo faceva apparire come un sovrano stanco nel suo talamo.
Fu allora che il mio sguardo, quasi mio malgrado, scivolò verso il basso.
Il suo piede sinistro faceva capolino da sotto la gamba destra, ed era impossibile ignorarlo. C’era qualcosa di ancestrale in quell'estremità: l’autorità di una pianta larga, solida, che sembrava fatta per calpestare la terra e dominarla. Non era il piede curato di un cittadino, ma nemmeno quello trascurato di un uomo che ha smesso di guardarsi. Qualche callo, segno di un passato da contadino, ne punteggiava la superficie come medaglie di un vecchio conflitto, ma erano pochi, quasi levigati dal tempo o da una cura segreta.
L'immensità di quel piede, così vicino a me, trasudava la stessa potenza silenziosa che avevo avvertito nei suoi gesti a tavola. Era un'estremità che parlava di radici profonde, di una stabilità che non poteva essere scossa. Sentivo il peso della sua presenza accanto a me, un uomo che occupava lo spazio con una naturalezza disarmante, mentre io restavo lì, spettatore di una fisicità che sembrava voler reclamare non solo il divano, ma l'intera stanza.
Rinaldo restava in silenzio, ma il modo in cui occupava il divano era di per sé un discorso. In quella posa, con quel piede che pareva un monumento alla sua forza, sembrava attendere che fossi io a fare la mossa successiva, o forse si godeva semplicemente il potere che esercitava sulla mia crescente soggezione.
Dopo un po’ cominciò a parlarmi, tra il racconto e la confessione, della donna del paese, quella che Elena chiamava "bocca di rosa". Ne parlava con una strana tenerezza, come di un’alleata preziosa in una guerra contro la solitudine. «È l'unica che mi capisce, matòt. Ma Elena non deve sapere i dettagli, siamo intesi? Sono cose da uomini.»
Annuiì, mentre lo vedevo sprofondare nel divano. Dopo poco, il suo respiro si fece pesante e ritmato. Si era addormentato. Sentii un nodo sciogliersi nello stomaco: se dormiva, ero salvo, anche se non ero sicuro di volerlo essere. La tensione della giornata, le parole di Elena, il segreto che portavo addosso... tutto sembrava potersi finalmente placare.
Ma la pace durò poco.
Nel dormiveglia, Rinaldo iniziò a muoversi irrequieto. Vidi il tessuto dei suoi boxer tendersi bruscamente, spinto da un’erezione prepotente che sembrava non voler dargli tregua nemmeno nel sonno. La sua mano, istintivamente, andò lì, a massaggiarsi sopra la stoffa con movimenti grezzi. Poi, improvvisamente, aprì gli occhi. Non era più addormentato; il suo sguardo era lucido, fisso su di me.
«Non hai mai masturbato un altro uomo, vero matòt?» chiese, con una voce che non ammetteva bugie.
«No. Mai,» risposi, col cuore che riprendeva a correre.
Lui mi studiò per un istante, poi si mise seduto meglio, allargando le gambe. «E allora? Vuoi provare? Non mordo mica.»
La sua non era una domanda, era un invito che pesava come un ordine. Prima che potessi formulare un pensiero coerente, la sua mano cercò la mia. La sua pelle era calda, ruvida come carta vetrata. Mi prese il polso e guidò la mia mano fin sopra il suo membro, teso e pulsante sotto il cotone.
«Dai, allora,» sussurrò, accompagnando il movimento della mia mano con la sua. «C'è sempre una prima volta per tutto. Fammi vedere se hai imparato qualcosa in questi due giorni.»
Sotto il palmo della mia mano sentivo la forza bruta di quell'uomo, il calore e la vita che spingevano. Ero lì, nel buio del soggiorno illuminato solo dai riflessi bluastri della TV, a compiere quel rito di cameratismo che Elena aveva benedetto e che Rinaldo pretendeva come un tributo.
La penombra del soggiorno sembrava ora avvolgerci come una coperta pesante. Il ronzio della televisione era diventato solo un rumore di fondo, quasi ipnotico, mentre tutta la mia attenzione era concentrata sulla mia mano che si muoveva su quella massa di carne calda e tesa. Era vero: non mordeva. Anzi, c’era una sorta di potere strano nel sentire un uomo così grande e forte abbandonarsi ai movimenti della mia mano inesperta.
«Così, matòt... bravo. Hai la mano leggera ma decisa,» mormorò, e la sua voce era un basso profondo che mi vibrava nello stomaco.
Quando mi chiese di spogliarmi, lo feci quasi senza pensare, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Mi sfilai la maglia e i pantaloni, restando in slip, sentendo l'aria fresca della sera sulla pelle nuda. Poi, seguendo il suo ordine, mi sistemai tra le sue gambe, sul tappeto. Ero vicinissimo a lui, sentivo l'odore della pelle, del sapone di Marsiglia e quel vago sentore di tabacco che lo accompagnava sempre.
Con dita leggermente tremanti, gli sfilai i boxer. Ciò che vidi e toccai ora non era più mediato dalla stoffa: era pelle scura, vene turgide e quella forma prepotente che avevo visto dalla porta la notte prima. Mi sfilai anche io gli slip, restando nudo davanti a lui, e ricominciai.
Lubrificai la mano come avevo visto fare a lui e iniziai il movimento. Rinaldo appoggiò la testa allo schienale del divano, chiudendo gli occhi. Le sue mani sulle mie spalle non erano più una morsa, ma delle presenze rassicuranti che ogni tanto stringeva leggermente quando il piacere si faceva più acuto.
«Sì... lì sulla cappella, matòt. Piano... ecco... così,» guidava i miei movimenti con brevi grugniti di approvazione.
Passai dalle dita che accarezzavano i testicoli pesanti al palmo che avvolgeva la base, risalendo con decisione fino alla cima. Mi accorsi che non provavo più vergogna. C'era una curiosità quasi scientifica unita a un'eccitazione nuova, diversa da quella provata con Elena. Era un legame fatto di carne e di silenzio, un patto di assistenza tra maschi, proprio come aveva detto lei.
Vederlo così, quel gigante ridotto a un respiro affannoso sotto i colpi della mia mano, mi faceva sentire meno "matòt" e più uomo. La cosa non era invasiva; era un passaggio di energia, un segreto che ci legava più di mille parole spese nei campi.
«Ci siamo, matòt... non fermarti ora...» sussurrò, e sentii i muscoli delle sue gambe tendersi come corde di violino.
Il tempo in quel soggiorno sembrava essersi fermato. Il movimento della mia mano era diventato ipnotico, ma Rinaldo pareva fatto di roccia: la sua resistenza era specchio della sua tempra, un uomo abituato a fatiche che non finivano mai. Eppure, proprio quando pensavo che quel ritmo sarebbe durato per sempre, sentii le sue mani spostarsi.
Erano mani pesanti, segnate dai calli della terra, ma in quel momento furono incredibilmente delicate. Mi presero la testa, le dita tra i miei capelli, e con una pressione dolce ma inequivocabile mi guidarono verso il basso. Il mio viso si ritrovò a pochi centimetri da quel fulcro di calore pulsante.
Avevo il cuore in gola. Il timore di un odore forte, selvatico mi bloccò per un secondo, ma quando fui vicino sentii solo il profumo del sapone di Marsiglia con cui si era lavato poco prima e l'odore pulito della pelle accaldata. Non c'era nulla di sgradevole, anzi, c'era qualcosa di primordiale che mi attirava.
Sentii il suo glande appoggiarsi alle mie labbra, teso e liscio. Fu un contatto elettrico. Chiusi gli occhi e, quasi senza decidere, lasciai che la punta della lingua facesse un timido tentativo. La consistenza era diversa da tutto ciò che conoscevo; era velluto e ferro insieme. Il sapore era neutro, quasi dolce.
Un mugugno profondo, di puro apprezzamento, uscì dalla gola di Rinaldo. Quella vibrazione mi diede il coraggio che mi mancava. Socchiusi la bocca, lasciando che lui scivolasse lentamente dentro.
«Bravo matòt... così,» sussurrò, e la sua mano mi accarezzò la nuca con una tenerezza che non gli avrei mai attribuito. «Non aver paura. Siamo solo io e te.»
In quel momento, ogni barriera morale o sociale era crollata. Non ero più solo il nipote del suo amico, o il ragazzino di città venuto a raccogliere nocciole. Ero parte di quel "cameratismo" totale che Elena aveva descritto. Mentre lo assecondavo, sentivo la sua eccitazione crescere vertiginosamente, un’onda che stava per travolgere entrambi nel silenzio di quella casa isolata tra le colline.
Il clima nella stanza cambiò drasticamente in un istante. Quella dolcezza iniziale svanì, sostituita dalla forza bruta e dal bisogno di controllo di un uomo che non riceveva sfogo da troppo tempo. Rinaldo si staccò dallo schienale con un movimento fluido e potente, i muscoli della schiena che si tendevano sotto la luce azzurrina della TV.
Mi spostò con decisione, costringendomi ad appoggiare la nuca contro la seduta del divano, mentre io rimanevo nudo sul tappeto. Non ebbi nemmeno il tempo di reagire che sentii il peso del suo corpo sovrastarmi. Con una mossa studiata, schiacciò il dorso delle mie mani contro il pavimento usando i suoi piedi: una morsa pesante che mi rendeva completamente inerme, inchiodato a terra sotto la sua mole.
«Adesso fermo, matòt... lascia fare a me,» ringhiò, e la sua voce era diventata un soffio rauco.
Iniziò a spingere con un ritmo serrato, quasi feroce. Non ero più io a guidare il gioco; era lui che prendeva ciò di cui aveva bisogno, usando la mia bocca con la stessa intensità con cui domava la terra. Ogni affondo era più profondo del precedente, arrivando a sfiorare il fondo della gola, togliendomi il respiro e facendomi salire le lacrime agli occhi.
Non era dolore, era una sensazione di sopraffazione totale. Sentivo il calore del suo ventre contro il mio viso e il sapore ferroso della sua eccitazione che si faceva sempre più intenso. Il potere che emanava in quel momento era assoluto: il "cameratismo" era diventato sottomissione, un rito primordiale dove lui era il predatore e io il giovane iniziato che doveva reggere l'urto della sua natura.
«Resisti... resisti matòt...» mormorava tra un affanno e l'altro, mentre la velocità aumentava e i suoi piedi premevano ancora più forte sulle mie mani, impedendomi ogni movimento.
Sentivo che stava per succedere. Il suo corpo era diventato una corda tesa al massimo, vibrante di una tensione che stava per spezzarsi. La stanza sembrava sparita, esistevano solo il ritmo ossessivo del suo bacino e il mio sforzo per accogliere quella forza che mi stava riempiendo i sensi.
La realtà si era frammentata in una serie di sensazioni fisiche violentissime e bellissime, prive di logica ma cariche di una verità primordiale. Quello che provavo non era più paura, ma un’eccitazione febbrile che mi rendeva affamato di ogni suo gesto, di ogni sua pretesa. Ero diventato creta nelle sue mani, e quella creta rispondeva vibrando a ogni tocco.
Mi sollevò come se fossi stato un fuscello, sbattendomi sul divano a pancia in su. Sentii il suo peso immenso mentre mi saliva a cavalcioni sulla testa, togliendomi il fiato. Da quella posizione, iniziò a penetrarmi la bocca in orizzontale, un angolo diverso che mi costringeva a spalancare le mascelle mentre lui stantuffava con una forza che mi faceva girare la testa.
Poi, con un movimento fluido, si spostò. Sentii il calore del suo sfintere appoggiarsi sulle mie labbra, un contatto proibito che non mi diede schifo, ma una scossa elettrica. «Lecca, matòt... infila la lingua» ordinò rauco. E io lo feci, la lingua che esplorava quella parte così intima e segreta del gigante, sentendo il suo corpo sussultare sotto i miei colpi. Non contento, mi spinse i piedi contro il viso, piedi grandi, callosi, che profumavano di terra e fatica. Anche lì, la mia lingua obbedì, scivolando tra le dita in un atto di sottomissione che mi faceva sentire incredibilmente vivo.
La cosa strana, quella che mi faceva pulsare il sangue nelle orecchie, era che mi piaceva tutto. Mi piaceva l’odore di quell'uomo, mi piaceva la sua ruvidezza, mi piaceva essere usato come uno strumento per la sua pace. Era come se Elena, con le sue parole del pomeriggio, avesse aperto una diga che non poteva più essere chiusa.
Rinaldo si fermò un istante, col fiato corto, le mani che mi stringevano le natiche fino a lasciarmi i segni.
«Sei pronto, matòt?» sussurrò «Sei pronto a diventare un uomo della cascina fino in fondo?»
In quell'istante, ogni residuo di esitazione fu spazzato via da un'ondata di calore che mi partiva dal ventre e mi annebbiava la vista. Volevo che quel gigante mi prendesse, che mi marchiasse con la sua forza bruta, proprio come Elena aveva predetto.
Rinaldo non lo chiese due volte. Con un grugnito che non aveva nulla di umano, mi afferrò per la vita e mi sollevò come se non pesassi nulla. Mi schiacciò con violenza contro il muro freddo del soggiorno, le mie gambe allacciate ai suoi fianchi possenti. Sentii la sua irruenza animalesca mentre mi penetrava in piedi, un urto che mi mozzò il fiato e mi fece gettare la testa all'indietro contro l'intonaco.
Iniziò a stantuffare con una furia cieca, un ritmo ossessivo che faceva tremare i mobili della stanza. Con le mani sotto le mie ascelle mi alzava e mi abbassava per il suo piacere. Sentivo i suoi muscoli contrarsi contro la mia pelle, l'odore del suo sudore e della sua pelle che diventava tutt'uno con il mio respiro affannoso. Poi, senza smettere un istante, mi fece scendere e mi costrinse a mettermi a novanta gradi sul tappeto, con le mani puntate contro il divano.
Continuò ancora, e ancora, con una resistenza sovrumana, spingendo sempre più a fondo in un atto di possesso totale. Mi sentivo svuotato di ogni pensiero, esisteva solo il dolore sordo e dolcissimo di quell'unione forgiata nella terra e nel segreto. Poi, all'improvviso, il suo corpo ebbe un sussulto violento. Un grugnito gutturale gli squarciò la gola mentre mi sentivo inondare internamente da un calore denso e inarrestabile.
Ma Rinaldo non si fermò. Nonostante il culmine, continuò a muoversi dentro di me per molto tempo ancora, come se volesse spremere fuori ogni ultima goccia di quella solitudine che lo soffocava da anni. Io ero stremato, tremante, le braccia che cedevano sotto il mio peso, finché finalmente, con un ultimo sospiro profondo, uscì da me.
Lo sentii barcollare per un istante prima di affondare senza forze sul divano, il petto che si alzava e si abbassava in un ritmo convulso. Il silenzio tornò a regnare nella cascina, interrotto solo dai nostri respiri che cercavano di tornare normali.
Mi sentivo svuotato, nudo e vulnerabile come mai in vita mia. Quell’esplosione di violenza e piacere mi aveva lasciato addosso una strana forma di malinconia, un bisogno di calore che non fosse solo lo scontro di due corpi. Con il cuore che ancora martellava contro le costole, mi trascinai sul divano, muovendomi con cautela, quasi con il timore che il gigante potesse svegliarsi e scacciarmi ora che la tempesta era passata.
Mi infilai nello spazio stretto tra lui e il bracciolo del divano, rannicchiandomi contro il suo fianco massiccio. La sua pelle era ancora calda e umida di sudore. Appoggiai la testa sulla sua spalla, sentendo l'odore acre e maschile che ormai mi sembrava l'unico profumo possibile al mondo. Chiusi gli occhi, aspettando un rifiuto, un grugnito di fastidio o un ordine di andarmene in camera.
Invece, sentii il suo braccio pesante sollevarsi lentamente. Rinaldo emise un sospiro profondo, un suono che sembrava venire dalle viscere della terra. Con una lentezza infinita, mi circondò le spalle, tirandomi a sé e schiacciandomi contro il suo petto villoso. La sua mano, quella mano che poco prima mi aveva schiacciato contro il muro, si posò sulla mia nuca, le dita che si intrecciavano tra i miei capelli in una carezza ruvida ma profondamente umana.
«Dormi adesso» sussurrò con una voce che non avevo mai sentito: priva di comando, priva di rabbia, solo stanca e immensamente sola. «Stai qui.»
In quel contatto cercavo una conferma, un segno che non fossi stato solo un pezzo di carne usato per placare un istinto. E nel modo in cui mi stringeva, sentivo che anche per lui quel momento era una tregua dalla solitudine che Elena mi aveva descritto. Eravamo due naufraghi su un divano in mezzo alle colline, legati da un segreto che nessuno in paese avrebbe mai potuto capire.
Sotto il peso del suo braccio e cullato dal ritmo lento del suo cuore che tornava alla normalità, sentii le palpebre farsi pesanti. La vergogna era evaporata, sostituita da una strana pace malinconica.
Mi svegliai la mattina con la sensazione del freddo sul lato del corpo che prima era premuto contro di lui. Ero solo sul divano, coperto da un vecchio plaid di lana ruvida che Rinaldo doveva avermi appoggiato addosso prima di alzarsi. Mi sentivo indolenzito, ogni muscolo del corpo mi ricordava la furia della notte passata, ma c'era anche una strana leggerezza dentro di me, come se quel "patto di cameratismo" avesse davvero rimosso un peso.
Il borbottio della moka era l'unico suono nella casa silenziosa. Mi infilai gli slip e i pantaloncini in fretta, cercando di ricompormi, e mi avviai verso la cucina.
Rinaldo era di spalle, davanti ai fornelli. Indossava già la camicia da lavoro, le maniche rimboccate a mostrare gli avambracci potenti. Quando sentì i miei passi, non si voltò subito. Versò il caffè in due tazze di ceramica spessa, poi si girò.
Il suo sguardo non era quello della sera prima. Non c'era la rabbia, non c'era la fame animalesca, e non c'era nemmeno la tenerezza del divano. Era tornato l'uomo della terra, ma nei suoi occhi c'era un riconoscimento nuovo, una complicità silenziosa che non aveva bisogno di parole.
«Tieni, bevi,» disse, spingendo la tazza verso di me sul tavolo di legno. «Oggi il sole picchierà forte. Dobbiamo finire il settore est prima che Elena torni da Torino.»
Sedetti di fronte a lui. Bevemmo il caffè in silenzio, un silenzio che non era più imbarazzante, ma denso. Sapevo che tra poche ore Elena sarebbe tornata, portando con sé la normalità, le risate e la sua filosofia spensierata. Sapevo che lei avrebbe guardato entrambi e avrebbe capito tutto senza che aprissimo bocca.
«Rinaldo...» iniziai, senza sapere bene cosa volessi dire.
Lui alzò una mano, fermandomi. Si alzò, mi passò vicino e per un istante la sua mano si posò di nuovo sulla mia nuca, stringendo leggermente, proprio come la notte scorsa.
«Non serve parlare, il lavoro ci aspetta. È quello che ci tiene in piedi.»
Uscimmo nel cortile mentre l'aria del mattino era ancora fresca. Il furgone era lì, pronto. La giornata sarebbe stata lunga e faticosa, ma mentre salivo sul sedile del passeggero, sapevo di non essere più l'ospite o il ragazzino di città. Ero parte di quella cascina, custode di un segreto che profumava di terra, sudore e di una strana, necessaria libertà.
Ah, da quella sera non mi ha più apostrofato col termine “matòt”…
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